E’ un problema di educazione. Come popolo, noi italiani, siamo stati educati a vivere alla giornata: a non pensare a ciò che potrà avvenire al di là della nostra punta del naso. Sembra quasi che il futuro non ci appartenga: sia un’entità indefinita che non vada nemmeno presa in considerazione. Che, quando verrà, lo affronteremo emergenza dopo emergenza confidando nella bontà di Dio e della sorte.
L’educazione di un popolo, oggi come oggi, avviene soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Se esaminiamo cosa ci propinano queste televisioni e questi mezzi radiofonici ci rendiamo conto di quale è la causa della nostra diseducazione pluri-generazionale. L’effimero predomina; il gossip viene elevato a valore; l’apparenza prevale sulla sostanza. La disinformazione viene istituzionalizzata e le menti cloroformizzate e appiattite.
La cosa grave, a mio avviso, è che questo meccanismo si è connaturato sempre più nel nostro vivere quotidiano. A tutti i livelli: anche a quelle figure intellettuali che dovrebbero essere la punta critica e trainante di un popolo. Professori universitari, giornalisti, insegnanti e maestri, leader di partito, operatori di fede, operatori culturali. Nessuno si indigna e si oppone a questa degenerazione culturale perché forse tutti, in un modo o nell’altro, sono intenti a godersi la loro fetta di torta.


