La Piazza che non è una Piazza ma una via: via Santo Stefano, appunto! Una Città che non è una città ma un compromesso tra la mobilità e l’immobilità; tra la circolazione libera e la definizione e il rispetto rigoroso delle aree pedonali. Una Città sempre incerta tra lo sviluppo della sua vocazione turistica e il lassismo bottegaio e particulare. Una Città che non riesce a riservare una Piazza (che non è una piazza, ma una via: via Santo Stefano, appunto!) ESCLUSIVAMENTE ai turisti che provengono da tutto il mondo per visitare la Basilica di Santo Stefano.
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Una piccola bugia, si sa, è sempre perdonata perché ricade tra i peccati veniali che ci accompagnano nelle nostre traversie quotidiane. Anche al cardinale Bagnasco pertanto non può essere imputato granché se si sofferma nel corso delle sue conferenze su qualche piccola imprecisione. Sempre che sia vera e riportata fedelmente, avrebbe affermato di recente che i media soffrirebbero di una velata forma di anticlericalismo che tenderebbero a riportare “una lettura parziale e non di rado francamente scorretta” del pensiero della Chiesa.
Dato il contesto internazionale nel quale è stata riportata questa denuncia non si sa, e non ci viene detto (mi sembra), se ci si riferisse ai media in generale o se ci riferisse ai media di un qualche Paese specifico, tuttavia, direi proprio che per quanto riguarda i media italiani, pubblici e privati, radiofonici e televisivi, della stampa quotidiana e settimanale, che tutto questo anticlericalismo non si dovrebbe avvertire minimamente. Direi, anzi, che ogni frase che pronuncia ogni sant’uomo della Chiesa o di un suo Organismo istituzionale, o ogni iniziativa di qualsivoglia Organizzazione impegnata in ambito volontaristico cristiano viene riportata con dovizia di particolari e pubblicizzata a dovere. Almeno in Italia la Chiesa gode certamente di un pieno diritto d’informazione e in pochi osano intervenire anche con semplici osservazioni nel merito del concetto laico dello Stato al quale apparteniamo come cittadini.
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L’iniziativa dei quotidiani “il Giornale” e “Libero” di boicottare il cosiddetto canone RAI ha scatenato il bel mondo dei pensatori e dei politicanti di questo Paese che si è dichiarato scandalizzato e preoccupato per la salvaguardia dell’informazione pubblica in Italia.
Nessuno, però, ci ha detto o ci ha fatto riflettere abbastanza sul motivo del perché gli italiani vedono come una maledizione biblica questo balzello imposto con soverchia arroganza dal potere politico che occupa sempre più ogni spazio della nostra vita quotidiana. Tutti fingono di non capire che alla base di tutto questo apparato mediatico non c’è il servizio dell’informazione ma c’è, principalmente, la spartizione del mercato dell’informazione finalizzato al condizionamento delle menti dei cittadini. Condizionamento politico, culturale, religioso, commerciale.
La grande “falsità” di questo impopolare balzello può riassumersi, a mio avviso, in poche e semplici osservazioni:
- E’ una vera e propria tassa e continuano a chiamarla, senza alcun pudore, canone. La sfumatura non è trascurabile perché quando si stravolge il significato stesso del linguaggio, anche solamente per addolcire la pillola da far ingoiare, alla gente rimane un senso di vuoto e d’impotenza che, prima o poi, genera rigetto. Tutti i cittadini sanno che una tassa deve essere pagata ma, con altrettanta istintiva certezza, tutti i cittadini sanno che un canone va pagato solo se si decide di usufruire liberamente di un servizio o di un bene.
- Come tassa sul possesso di un apparecchio atto a ricevere programmi radio-televisivi la gente poi non capisce, e non capirà mai, perché allora gli introiti debbano andare solamente a beneficio della RAI (azienda pubblica) e non anche ripartiti tra tutti gli altri operatori radio-televisivi privati. E non ci si venga ad imbrogliare il cervello sulla questione della pubblicità che di pubblicità sui canali RAI (radio e televisivi) ne viene trasmessa una parte non indifferente.
- Altra cosa non meno importante delle precedenti è quella che tutti gli italiani si accorgono chiaramente della vergognosa spartizione politica che vige all’interno del carrozzone pubblico radiotelevisivo e che devono subire anche quando a recitare la “commedia della buona e sana informazione” sono quelli con i quali si dovrebbero trovare in maggior sintonia d’idee. A fine recita, il più delle volte applaudono ma con poca convinzione: lo fanno più per spirito di gruppo che per cconvinta approvazione.
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