e perché non dovremmo essere preoccupati?

DF0905190005HDA_RSulla questione dell’immigrazione, in Italia, vi sono due opinioni che si combattono aspramente. Tuttavia, la lotta è impari. L’élite, che detiene e gestisce il potere, si ostina a ripetere che l’immigrazione è un bene per il nostro Paese. La massa dei cittadini, invece, percepisce sulla propria pelle che questa immigrazione non porterà a nulla di buono e lancia, inascoltato, il proprio grido di dolore  per il futuro degli italiani, figli e nipoti compresi. Ne esce una stranissima forma di democrazia rappresentativa nella quale la voce e i lamenti del popolo non costituiscono elemento e presupposto di azione politica ma vengono completamente disattesi ed ignorati. E, in ultima analisi, addirittura, si mettono in atto tentativi di manipolazione delle coscienze e delle idee plasmando la realtà degli eventi a proprio uso e consumo.

Tutti i partiti politici, tranne qualche rara eccezione, attraverso i loro leader più rappresentativi professano ossessivamente una vocazione multietnica mai prima nemmeno sospettata. Sono terrorizzati anche solamente dall’essere scambiati per razzisti e per avallare la loro inettitudine si mascherano dietro alla Costituzione, agli Accordi internazionale, agli Organismi sovranazionali. Con ciò dimenticando almeno due  cose. Primo: che loro rappresentano, o dovrebbero rappresentare, non sé stessi ma il popolo che li ha votati e, pertanto, se gran parte del loro elettorato non condivide il loro punto di vista essi dovrebbero umilmente adeguarsi. Secondo: dimenticano poi, confidando anche sulla scarsa memoria degli italiani, che quando a loro non ha fatto comodo (per i loro spicci interessi) non tener conto della Costituzione, degli Accordi internazionali e di quello che suggerivano gli Organismi sovranazionali essi, bellamente, se ne sono fregati senza troppi ripensamenti.

Anche gli Addetti all’informazione fanno a gara a convincerci che l’immigrazione è il male minore. Ci educano, giorno dopo giorno, all’accoglienza e alla bontà senza dirci cosa avverrà di qui a qualche generazione. Ogni sbarco e ogni ingresso illegale viene connotato con una valenza positiva e inquadrato come un doveroso gesto d’amore fraterno. E ci dicono che la percentuale di immigrati in Italia è la più bassa d’Europa; che anche noi siamo stati poveri e, a nostra volta, immigranti; che questa povera gente viene e si adatta a fare i lavori che noi italiani non vogliamo più fare; che la nostra economia, diversamente, andrebbe a rotoli  e diventeremmo tutti dei poveri miserabili; che, inoltre, vengono anche a pagare la nostra pensione e quella dei nostri anziani. Non ci dicono, però, mai una parola sulla tenuta sociale del nostro Paese. Se potrà esplodere una guerra civile tra etnie e fedi diverse. Questi addetti all’informazione sono convinti, evidentemente, che per loro il lavoro non verrà mai a mancare. Oggi cavalcano e vendono informazione sull’amore fraterno e domani spremeranno le loro meningi a interpretare, eventualmente, e Dio non voglia, il disastro avvenuto.

La Piccola e media economia tanto diffusa nel nostro Paese sta sempre nell’ombra ma è quella che è più interessata a questa incontrollata invasione. Ha bisogno di manodopera a poco prezzo e di manodopera molto malleabile da poter utilizzare in piena libertà. Chi meglio di questa povera gente disperata rispecchia questa loro esigenza. Dicono che lo fanno per aumentare la ricchezza complessiva del Paese (il famoso PIL) ma non si capisce quale sia il guadagno reale dei lavoratori italiani sempre più precarizzati ed in cerca di un lavoro sicuro per sé stessi e per i propri famigliari. Infine se consideriamo che il lavoro in nero in Italia (e questo è universalmente risaputo) è quasi istituzionalizzato ci rendiamo conto che l’illegalità migratoria si sposa perfettamente alla realtà italiana come il cacio sui maccheroni.  

La Chiesa cattolica, poi, recita tutta la sua parte in commedia; più simile, per la verità, ad una tragedia in più atti. Risaputo e dato per scontato che il compito del Clero nostrano è l’Evangelizzazione universale non si capisce bene, nel nostro Paese, quali siano i confini e gli ambiti tra politica e fede che, almeno su un piano del tutto teorico, dovrebbe essere un Paese aconfessionale. E non possono essere per niente rassicuranti, almeno dal mio punto di vista, le ripetute enunciazioni pubbliche di certi esponenti del Clero italiano. Era, appunto, dell’altro ieri un articolo ospitato sulla Stampa (18/5/09 – pagina 4 a firma GU.RU.) nel quale un esponente della Chiesa cattolica italiana (monsignor Vegliò) che, rivolgendosi ai migranti ospitati sul nostro territorio, affermava perentoriamente: «Vi assicuriamo tutto il nostro impegno perché assumano occhi nuovi e diversi nei vostri confronti tutte le nostre parrocchie e tutte le comunità cristiane, i responsabili della politica, delle amministrazioni centrali e locali, dell’informazione, dell’opinione pubblica». Dunque, par di capire, che tutti i migranti (come loro li chiamano) vengano pure, tranquillamente, in Italia perché loro, come alti esponenti della Chiesa Cattolica faranno sempre di tutto perché le ampie braccia della Chiesa e dello Stato italiano siano sempre aperte senza limite alcuno. 

Ma come italiani, come lavoratori, come pensionati, come uomini, come donne, come madri e padri, come scolari, come ragazzi e ragazze, come elettori perché non dovremmo essere preoccupati del nostro futuro? 

la punta del naso

E’ un problema di educazione. Come popolo, noi italiani, siamo stati educati a vivere alla giornata: a non pensare a ciò che potrà avvenire al di là della nostra punta del naso. Sembra quasi che il futuro non ci appartenga: sia un’entità indefinita che non vada nemmeno presa in considerazione. Che, quando verrà, lo affronteremo emergenza dopo emergenza confidando nella bontà di Dio e della sorte.

L’educazione di un popolo, oggi come oggi, avviene soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Se esaminiamo cosa ci propinano queste televisioni e questi mezzi radiofonici ci rendiamo conto di quale è la causa della nostra diseducazione pluri-generazionale. L’effimero predomina; il gossip viene elevato a valore; l’apparenza prevale sulla sostanza. La disinformazione viene istituzionalizzata e le menti cloroformizzate e appiattite.  

La cosa grave, a mio avviso, è che questo meccanismo si è connaturato sempre più nel nostro vivere quotidiano. A tutti i livelli: anche a quelle figure intellettuali che dovrebbero essere la punta critica e trainante di un popolo. Professori universitari, giornalisti, insegnanti e maestri, leader di partito, operatori di fede, operatori culturali. Nessuno si indigna e si oppone a questa degenerazione culturale perché forse tutti, in un modo o nell’altro, sono intenti a godersi la loro fetta di torta.   

"l’Italia è già un paese multietnico"

Sembrerebbe che alcuni importanti rappresentanti del clero vaticano abbiano affermato, in risposta ad una affermazione del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che l’Italia “è già un paese multietnico”. Nella vaghezza dell’affermazione (tipica della propaganda mediatica) manca, a mio avviso, una precisazione essenziale per capire il reale messaggio della Chiesa cattolica: volevano forse dire che “fortunatamente l’Italia è già un paese multietnico”? O, diversamente, che “purtroppo l’Italia è già un paese multietnico”?

Nel primo caso ci vorrebbe, da parte loro, una maggiore coerenza con le affermazione fatte. Dovrebbero, a mio avviso, impegnarsi con altrettanto peso mediatico facilitando e promuovendo la costruzione di Moschee, Pagode e Templi indiani per permettere il reale esercizio religioso di questi nostri confratelli che professano altre fedi religiose. La multietnicità infatti non è scindibile da una multi religiosità già di fatto diffusa nel paese. Inoltre potrebbero essere così comprensivi da ripartire la torta dell’otto per mille allargando la possibilità di scelta degli italiani anche ai fratelli di fede  musulmana e ai fratelli di fede buddista o di fede induista. Nel secondo caso, ma questo, conoscendo la vocazione universale della fede cattolica, è una pura ipotesi scolastica, non si capisce bene tutto il loro attivismo per far entrare in Italia tutti i disperati del mondo contemporaneo senza mai preoccuparsi seriamente di quello che potrà succedere da qui a una ventina di anni (nemmeno un paio di generazioni).

erano partiti in quarta …

Solamente un paio di settimane fa era tutto un bombardamento mediatico sull’INFLUENZA SUINA. Piano piano, poi, questa minaccia per la nostra salute, si è trasformata in “influenza messicana” ed ora, per volontà di Dio e degli uomini e delle donne addette all’informazione mediatica che ci bombarda ad ogni ora del giorno, siamo arrivati ad una semplicissima “nuova influenza”. Qualche cosa, tuttavia, in tutta questa questione non torna: rimane ancora da capire se  dobbiamo o non dobbiamo preoccuparci per la nostra salute? Se, come al solito, sono i nostri apparati mediatici casalinghi che partono in quarta e dopo le prime pericolose sbandate, ora, pigiano cautamente sul pedale del freno per evitare pericolosi cappottamenti. O se qualcuno ha, semplicemente, suggerito di evitare il panico collettivo.

E’ di oggi la notizia che il primo italiano ad aver contratto il virus è guarito felicemente e di conseguenza dovremmo pensare che, tutto sommato, questa dovrebbe essere una generica influenzucola . Ma è sempre di oggi la notizia che ad Hong Kong è scattata la quarantena per gli ospiti di un intero albergo. Non essendo certo possibile che questo virus colpisca tutti gli abitanti del pianeta tranne quelli con passaporto italiano sarebbe auspicabile che noi italiani venissimo informati in maniera adeguata alla nostra normale intelligenza critica: senza eccessive forzature e senza infingimenti.      

la comparsata

Con le visite di ieri, primo di Maggio 2009, Festa dei lavoratori, si è quasi completata la passerella mediatica nei luoghi colpiti dal terremoto in Abruzzo. Presidente del Consiglio, Segretari di partito, esponenti politici di ogni genere, Autorità ecclesiastiche, il Papa, ed ora anche i rappresentanti dei Lavoratori (senza alcuna esclusione). Tutti si sono recati in pellegrinaggio mediatico in terra d’Abruzzo e hanno recitato la loro parte costellata di nobili e impegnativi propositi di ricostruzione e di fratellanza.

Intendiamoci, la tragedia che si è abbattuta su l’Aquila e dintorni è stata grande e merita tutta l’attenzione possibile ma un conto è organizzare la ricostruzione (e in questo la Protezione Civile sta, come sempre, impegnandosi con competenza e serietà) un conto voler apparire mediaticamente come comprimari indispensabili della ricostruzione. Gli addetti all’informazione pubblica di stato (ma anche quelli delle reti private) poi, in carenza totale d’idee e di fantasia professionale, ci ricostruiscono enfaticamente la realtà della tragedia dilatandocela a loro uso e consumo. Ci bombardano di banalità di ogni tipo per coprire, comunque, gli spazi che hanno stabilito (a priori) debbano essere dedicati ogni giorno alla tragedia abruzzese.

Con il rischio di essere fraintesi, verrebbe da dire: Lasciateli lavorare in pace! Lasciate che la Protezione Civile, le Forze dell’ordine, i Comuni, i gruppi di Volontariato lavorino in pace senza avere tra i piedi troppi rompiscatole che vogliono solamente fare la loro comparsata quotidiana.    

erano solo scoop

Non importa quello che si dice ma importante è dire. La notizia bisogna drammatizzarla sempre e comunque perché si è convinti che diversamente non sia efficace, non attiri l’attenzione della gente. Esagera una volta, esagera un’altra si arriva ben presto al catastrofismo sistematico. Tutto diventa dramma, catastrofe, emergenza. Per contro la gente, drogata da questo malcostume informativo cade nel panico ossessivo; vive con affanno e disperazione ogni avvenimento (anche il più banale)

Chi abbia insegnato a fare “giornalismo” in questo modo non è dato sapere. Nemmeno è dato sapere, non essendoci seri studiosi dell’argomento, come si sia giunti passo dopo passo, a questo infimo livello. Certamente la tecnica e la prassi corrente dell’informazione radiotelevisiva ha raggiunto un punto di degrado tale che non è ben chiaro come si potrà fare per reimpostarla in maniera decente. Non è chiaro come potrà ritornare ad essere un vero servizio alle persone, ai cittadini.

La cosa comica, in tutta questa tragedia, è che questi addetti dell’informazione radiotelevisiva sono convinti di essere degli esempi di pura scuola giornalistica, delle pietre miliari nel nobile servizio dell’informazione.    

servilismo mediatico

L'Espresso L’altro giorno leggevo, per caso, "L’Espresso" e mi è caduto l’occhio su un articolo scioccante. Si parlava di una certa signora della RAI che, nell’anonimato più assoluto, fuori da ogni clamore mediatico ha scalato (saltello dopo saltello) tutta la struttura del trespolo di potere sul quale s’appoggia la RAI. Ad avallare tutta questa operazione, se ho capito bene il contenuto dell’articolo, ci sarebbero stati i grandi apparati cardinalizi e addirittura anche le onnipresenti (almeno in Italia) diplomazie d’oltre Tevere. La giornalista de "L’Espresso", pur deprecando velatamente la bramosia di potere contenuta nel resoconto che veniva illustrando, sembrava quasi rassegnata a dover raccontare una storia già, altre volte, raccontata. In aggiunta a tanto scoramento, anche la tristezza per dover raccontare, da donna, una opaca e poco esaltante storia di donna in carriera.

E questo articolo ha scavato nel mio subconsio ed ha fatto riemergere il motivo della mia apatia nei confronti di tutta l’informazione giornalistica trasmessa dalla RAI. Una informazione modellata ad uso e consumo del distratto ascoltatore ma che avviene all’interno dei rigidi schemi posti dagli appaltatori (non sempre immediatamente individuabili) del servizio d’informazione. E sapere che da annoverare tra gli appaltatori del servizio di condizionamento dei nostri cervelli oltre ai noti poteri partitici vi erano anche centri di potere extraterritoriali mi ha fatto un certo, non gradevole, effetto.

efficientismo fuori tempo

Ascoltando la rassegna stampa trasmessa da GR Parlamento di oggi si percepisce tutto un proliferare di propositi efficientisti relativi alla determinazione delle responsabilità e alla ricostruzione dei danni provocati dal terremoto nelle località abruzzesi. A una settimana dalla tragedia che ha colpito le popolazioni gli amministratori pubblici, i politici, gli organi costituzionali, la Magistratura, gli addetti all’informazione prospettano e preannunciano soluzioni e propositi ispirati al massimo rigore e alla massima efficienza.

Ora, la domanda spontanea è questa: Non sarebbe stato meglio che questo efficientismo fosse stato messo in atto prima che avvenisse il terremoto?

Se le amministrazioni comunali avessero valutato con maggior rigore i progetti edilizi e i manufatti durante la loro realizzazione non sarebbe forse stato meglio per tutti?  Se i politici avessero legiferato con un occhio di riguardo al bene comune anziché subire i richiami lobbistici, se gli organi costituzionali nei loro discorsi si occupassero più dei bisogni della gente, se la Magistratura intervenisse prima dei disastri e non dopo, se gli addetti all’informazione smettessero di raccontarci cosa è avvenuto e ci informassero di più sui rischi a cui andiamo inesorabilmente incontro nella nostra esistenza quotidiana forse potremmo nutrire, come cittadini, una qualche speranza nel futuro.

Il sospetto è che stiamo assistendo alla solita penosa recita. Finito questo atto cambieranno solamente qualche particolare della scena e gli attori proseguiranno a declamare le loro parti in commedia.

non ne sbagliano mai una!

Questi della Confindustria non ne sbagliano mai una! Le loro analisi e le loro previsioni (sempre prive di luci tranquillizzanti e di soavi e solari riflessi) vengono considerate, dai benpensanti e dai più in, azzeccate e premonitorie di un destino tragico per noi poveri “cristi insignificanti” e per l’avvenire italico. La consapevolezza di navigare sulla stessa barchetta, poi, non ci consola né poco né tanto perché l’onda anomala che potrebbe strapparci dai remi ai quali siamo ancorati, come redivivi liberti, ci scaraventerebbe fuori bordo come fuscelli e, a differenza dei preveggenti timonieri, ci ritroveremmo tra le onde impazzite privi di ogni tipo di ciambella di salvataggio. Basta che questi dicano beo e i media, servilmente si scatenano facendo a gara a chi riesce a pennellare il monosillabo con tinte appariscenti e sfavillanti.

Ora questi signori hanno scoperto che il mondo del lavoro offre ai giovani d’oggi solo uno stato di indecorosa precarietà lavorativa. Ai fortunati ai quali loro stessi hanno concesso benevolmente un lavoro vengono offerte, a loro dire dalla società burocratica e inefficiente, poche certezze per il presente e nessuna tranquillità per il futuro. E hanno anche individuato che la causa prima del male è dovuta ai vecchi (e oramai inutili) cinquantenni inseriti saldamente nel mondo del lavoro. Sembra quasi che i cinquantenni della metalmeccanica italiana, pervicacemente difesi dalla confraternita sindacale, si siano inventati essi stessi la Globalizzazione selvaggia, il precariato lavorativo giovanile, la delocalizzazione arrembante, il lavoro a termine, eccetera. Questi cinquantenni, maschi e mostri, odierebbero in maniera viscerale i giovani e farebbero, in definitiva, di tutto per impedire ai loro figli una carriera lavorativa ricca di certezze e garanzie.

Tutto questo cogitare d’idee e di incubi economici ha partorito, a quanto sembra, la grande pensata di questi efficientissimi signori e signore dell’industria nazionale: fare della precarietà giovanile un valore universale da estendere a tutti i lavoratori. Precarizzare anche i maschi cinquantenni espellendoli dal lavoro o tagliando le garanzie essenziali per considerare il lavoro concesso un lavoro che possa dirsi umano dovrebbe essere, a quanto sembra, l’obiettivo egualitario da raggiungere.

accoglienza evangelica

Almeno avessero il coraggio di ammetterlo: questa gente la fanno arrivare in Italia per sfruttarla. Predicano il buonismo di Stato e Ideologico ma sono i primi disinteressarsi dei reali problemi che l’immigrazione comporta scaricando sulla massa degli italiani tutte le conseguenze che essa comporta. Preoccupati come sono ai loro piccoli e grandi interessi quodidiani non si chiedono nemmeno cosa potrà succedere da qui a una decina d’anni: guerra sociale, razzismo diffuso, immiserimento generalizzato, enclave culturali e linguistiche.

Quei personaggi importanti che predicano l’accoglienza evangelica totale e senza limiti non dovrebbero limitarsi solamente a salvare la loro faccia mediatica ma dovrebbero anche indicare concretamente come questa accoglienza può essere realizzata nei suoi aspetti pratici. Dovrebbero dimostrarci concretamente come possono conciliarsi le nostre povertà con quelle degli immigrati; come potranno convivere culture totalmente diverse quando non siamo nemmeno stati capaci di risolvere pienamente il divario tra nord e sud dell’Italia; come potremo fornire assistenza sanitaria ai nuovi cittadini quando non siamo in grado di fornire in tempi ragionevoli una decente assistenza nemmeno a quelli vecchi.